domenica 10 dicembre 2017

La casa che aspetta.



Non sono i cigolii del vecchio o una porta che sbatte anche senza vento a farmi paura. L'ho scoperto adesso che è tutto finito che la cosa che mi terrorizzava davvero era la certezza che non t'avrei più rivista. Adesso lo so.

Ho rimandato addormentandomi sui cuscini dei ricordi riempiti di vigliaccheria e illusione. Raccontavo storie per tenerti in vita e mi stordivo credendo che ero io che non ti vedevo più perché avevo smesso di "scendere" e venirti a trovare.

Sono entrata a casa tua come al solito, una mattina di dicembre. Nove anni dopo che te ne sei andata. Sono entrata e tutto lì era come se ci fossi ancora, c'era pure la tua camicia da notte sotto al cuscino, i tuoi collant sulla sedia e gli asciugamani in bagno ancora appesi accanto al lavandino.

«Mo torna» diceva tutto là dentro. Lo diceva come un cane che aspetta il padrone.
L'ho detto anch'io mentre guardavo il tuo letto bianco di stucco caduto dal soffitto e continuavo a dirmelo mentre coprivo coi lenzuoli i tuoi mobili in salotto, pieni di tarli e umidità. 
Invece non torni più, vero?